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April 25 Per continuare la nostra riflessione sulla situazione in Burundi mi è sembrata molto bella questa mail inviata da Walter ad alcuni amici... mi sono permesso di postarla, sicuro di fare cosa gradita a tanti, per non dimenticare! ...
Carissimi Burundesi di nascita e "di amicizia",
dell'estate passata e di quella prossima, ciao a tutti, anche a quelli che non conosco personalmente. Grazie ad Henri per la e-mail e per le notizie, non belle, riguardanti la sua Patria. E grazie per il messaggio allegato. Innanzi tutto invito tutti a sentirci vicini a questo paese a cui vogliamo bene ( e al quale vorrete bene) cercando personalmente le notizie, sulle agenzie e i siti "a tema" (es. www.misna.it www.nigrizia.it ): è abbastanza semplice ed istruttivo. Mi verrebbe voglia di dire ad Henri e Raymond che, se conoscono qualche ribelle che non ha più tanta voglia di usare le armi e che ha accetta di mollare tutto e di andare a Ngozi a dare una mano per il Patronage, ditegli pure che... LO PAGO IO !!! Mi azzardo a commentare le notizie inoltrate da Henri. La Pace è così fragile e in Italia non ce ne rendiamo quasi conto. Il Male sembra così duro a morire! Perdonatemi la metafora agricola: guarda caso, le erbacce (Mal-erbe) crescono quasi sempre di più delle piante buone ed esistono erbe cattive che se non vengono estirpate del tutto rispuntano pericolosamente. I campi e la Pace (Henri e Raymond lo sanno che sono due realtà abbastanza collegate) sono beni che sussistono perchè esistono il lavoro e l'amore di chi li "coltiva": non vengono da soli e se abbandonati spariscono. Di fronte all'erba-grama (così dura a morire) di chi, armato di armi o soldi, preferisce la guerra e il caos, il nostro Patronage sembra poca cosa. Ed è poca cosa! ma c'è da credere che se abbiamo almeno una volta costruito un pezzo del Regno di Dio, lo abbiamo fatto lì. E c'è da credere che le "nostra" piantine (i bambini, gli animatori, il nascente oratorio...) potranno diventare cespugli ed alberi grandi e faranno ombra all'erba cattiva ed ai suoi semi, tenendoli a bada. C'è da considerare che, alla faccia almeno dei piccoli signori della guerra, dopo tutto con pochi soldi, niente armi, un po' di sorrisi, carezze, lavoro e amore, abbiamo messo su un esercito di 1000-1500 persone! C'è da sperare che giocare a "massacro" con un pallone sia più utile che uccidere e spaventare il prossimo. Anche se c'è sempre il solito problema...una volta che hai trovato uno-due palloni e un fischietto e hai organizzato con fatica le squadre... hai come una illuminazione e ti chiedi .... ".... E adesso come lo faccio 'sto benedetto cerchio?!!!!'". Un saluto a tutti.
Walter

April 23
Questo articolo è di Raymond, salesiano burundese che quest’Estate ci accompagnerà nella nostra esperienza estiva nel cuore dell’Africa.
È una bella occasione per riflettere e ricordare ancora quella terra.
Burundi estate 2007
Carissimi amici, un saluto cordiale ed affettuoso. Nell’estate 2007 sono tornato in Burundi dopo due anni di studio all’Università Pontificia Salesiana. Ho potuto avere nuovamente sotto gli occhi la situazione drammatica di tantissimi ragazzi ai quali la povertà e la miseria impediscono di realizzare il sogno più legittimo, cioè di frequentare la scuola. Il fatto è che sono vittime di essere nati in un paese povero e per giunta colpito da decenni di una guerra senza senso né fine. Le famiglie sono state distrutte, altre si sono impoverite per il continuo disturbo della sicurezza interna del paese. La situazione della scuola elementare è abbastanza buona, da quando due anni fa il Presidente ha soppresso le tasse scolastiche per tutti i bambini. Molto triste è invece la situazione della scuola secondaria: molti giovani sono costretti ad abbondare la scuola perché non riescono a pagare circa 40 €. Cioè in totale 80 € all’anno. Molti di loro si ritirano a metà strada e raggiungono i genitori (per chi li ha ancora) nel lavoro dei campi. In Burundi, bisogna distinguere 2 grandi categorie di scuola secondaria: 1. La prima categoria è l’internato: i ragazzi studiano rimanendo nell’internato per tutta la durata della scuola. Nonostante i problemi, possono avere due pasti al giorno, grazie anche all’intervento dello Stato. I genitori contribuiscono con 40 €. Altri 40 € sono per gli effetti personali: vestiti, scarpe, lenzuola, asciugamani, quaderni, penne, sapone… Chi è accolto in un internato è molto fortunato perché può studiare in un clima abbastanza buono. Il problema maggiore rimane quello di trovare il sovvenzionamento per la tassa scolastica, che non è cosa da poco per chi conosce il Burundi. 2. La seconda categoria è quella di coloro che studiano nei cosiddetti “Collège Communal”, il Collegio del Comune. Queste scuole sono state create per risolvere la scarsità di scuole secondarie. I giovani devono percorrere chilometri e chilometri a piedi per raggiungere il luogo dove è situata la scuola. Ogni giorno, sotto la pioggia o sotto il sole, con lo stomaco vuoto o con il freddo, essi devono percorrere queste lunghissime distanze. Purtroppo il livello di istruzione e di formazione in queste scuole è molto basso: per la stanchezza del viaggio, la scarsità degli insegnanti, la carenza di strumenti didattici adeguati. Poiché molti abitano in campagna, quando rientrano a casa non hanno l’energia elettrica e dunque non possono studiare. Grazie alla generosità di tante persone, circa 60 ragazzi e giovani possono frequentare la scuola in questo anno scolastico 2007/2008. Alcuni sono proprio nel nostro Liceo Salesiano (Liceo Don Bosco) e altri nei “Collegi del Comune”. A parte 3 ragazzi che erano in una situazione particolare, ho deciso di dare ad ogni ragazzo 30 € per la retta scolastica: i loro genitori possono, nonostante le difficoltà, contribuire per il reso. Ho comperato vestiti per 20 bambini più bisognosi della scuola elementare in ragione di 5 € ciascuno. Ho fatto questo per dare più possibilità a tanti ragazzi, secondo i mezzi che alcune persone hanno messo a mia disposizione. Carissimi, bisognava vedere quanto gioia avevano questi ragazzi! Essi mi hanno detto di ringraziarvi di cuore a nome loro. Mi hanno detto in Kirundi che è la loro lingua: “urabwirira abo bantu ko bakoze cane. Uti murakagira ivyo mutanga niuyo musigarana. Umuka arakama abahezagira”. Ciò significa letteralmente “dite loro il nostro ringraziamento. Che abbiano da risparmiare e da condividere con i più bisognosi come noi. Che il Signore li benedica per sempre”. Ecco carissimi amici come ho potuto vivere le mie “vacanze” in Burundi. A tutti ancora grazie! Raymond BAVUMIRAGIYE, Salesiano

April 18 Guerre dimenticate: Burundi
18 Aprile, 2008
tratto da: Guida del mondo 2007/2008. Il mondo visto dal Sud - Ed. EMI (Editrice Missionaria Italiana)
Dopo la prima guerra mondiale, il Belgio si incaricò di governare la colonia e separò nuovamente il Burundi dal Ruanda; in seguito annesse il Burundi allo Zaire. Il sistema di amministrazione indiretta attuato dai belgi, che si appoggiarono all'oligarchia tutsi, stimolò la nascita di movimenti nazionalisti negli anni '50. Nacque così il Partito dell'Unità e Progresso Nazionale (UPRONA) sotto la direzione di Louis Rwagasore, nominato primo ministro nel 1960 e in seguito assassinato. Il 1° luglio 1962 il paese raggiunse l'indipendenza sotto il governo di un re tutsi docile alla volontà belga. I primi quattro anni di indipendenza furono contrassegnati dalla violenza e si susseguirono cinque primi ministri. Nel novembre 1966 il primo ministro, il capitano Michael Micombero, con un colpo di stato proclamò la repubblica. Il nuovo presidente eliminò tutti i funzionari hutu. Nel 1971, 350 mila hutu vennero uccisi dalla repressione governativa e altri 70 mila andarono in esilio. Nel 1976 prese il potere il tenente colonnello Jean-Baptiste Bagaza, con la promessa di far cessare le persecuzioni razziali e dare vita a un governo riformista. Bagaza democratizzò l'UPRONA; attuò un progetto di ridistribuzione delle terre, sfidando la borghesia tutsi, e legalizzò i sindacati. In politica estera il nuovo governo si avvicinò alla Tanzania e ricevette aiuti dalla Cina per lo sfruttamento delle miniere. Nel 1979 al congresso dell'UPRONA venne preparata una nuova Costituzione - entrata in vigore nel 1981 - destinata a porre fine allo sfruttamento della maggioranza hutu da parte della minoranza tutsi, a rendere più moderna la struttura politica e ad adottare una politica socialista. Le donne ottennero gli stessi diritti degli uomini. Le riforme provocarono contrasti con la Chiesa cattolica, al punto che 63 missionari vennero espulsi e il governo decretò la confisca dei beni della Chiesa. Le elezioni del 1982, le prime a suffragio universale, legalizzarono la politica del presidente Bagaza accelerando il programma di normalizzazione politica. Nel settembre 1987, mentre partecipava a un vertice dei paesi francofoni in Québec, Bagaza venne destituito da un colpo di stato incruento diretto dal maggiore Pierre Buyoya. Nell'agosto 1988 gli scontri tra le due etnie nel nord provocarono migliaia di morti, per la maggior parte hutu, la cui rivolta contro i possidenti tutsi venne brutalmente repressa dall'esercito, comandato dai tutsi. Circa 60 mila hutu cercarono rifugio in Ruanda. Per reazione al massacro, il governo nominò un primo ministro hutu, Adrien Sibomana, e venne formato un esecutivo in cui la metà dei ministri erano hutu. Nel 1989 fece ritorno la maggior parte dei rifugiati. Il governo militare si riconciliò con la Chiesa cattolica e le restituì i beni. Ebbe inizio un programma di aggiustamento strutturale che includeva la privatizzazione delle imprese pubbliche e la creazione di un tribunale per combattere la corruzione. Il Burundi, l'ottavo paese più povero del mondo, dipende in gran parte dall'esportazione del caffè, ed è quindi sottoposto all'incertezza derivante dall'oscillazione dei prezzi. La povertà e l'alta densità di popolazione hanno contribuito al degrado ambientale: l'alto indice di disboscamento è dovuto almeno in parte alla necessità di reperire nuove terre per i contadini. Nel 1992 Buyoya promulgò una Costituzione multipartitica e indisse le elezioni per il 1993. Vinse Melchior Ndadaye, del Fronte per la Democrazia in Burundi (FRODEBU), di opposizione, composto in maggioranza da hutu. Tre mesi dopo, il 24 ottobre 1993, Ndadaye venne assassinato durante un tentativo di colpo di stato militare. Il primo ministro, la signora Sylvie Kinigi,rifugiata nell'ambasciata francese, cercò di mantenere il controllo della situazione. I capi della rivolta vennero arrestati o fuggirono in Zaire; il Parlamento elesse presidente Cyprien Ntaryamira, hutu come Ndadaye. I sostenitori del presidente ucciso fecero strage dei membri dell'UPRONA, hutu o tutsi che fossero, uccidendo centinaia di migliaia di persone e provocando la fuga di altre 700 mila. Il 6 aprile 1994 Ntaryamira, insieme al presidente ruandese Juvénal Habyarimana, morì in un attentato contro l'aereo sul quale viaggiavano, avvenuto a Kigali, capitale del Ruanda. Un altro hutu, Sylvestre Ntibantunganya, sostituì il presidente ucciso. La violenza crebbe, in particolare tra le milizie hutu e l'esercito, controllato da ufficiali tutsi. Nel febbraio 1995, l'UPRONA abbandonò il governo, costringendo alle dimissioni il primo ministro Anatole Kanyenkiko. Fu nominato il tutsi Antoine Nduwayo e l'UPRONA ritornò al governo in coalizione con il FRODEBU. Di fronte alla possibilità di un'estensione del conflitto ai paesi vicini, l'ONU e l'Organizzazione dell'Unità Africana (OUA) decisero di agire. Prendendo a pretesto la necessità di evitare un intervento delle forze interafricane, Buyoya portò a termine un nuovo colpo di stato nel luglio 1996, diventando presidente. Dopo il golpe, Kenya, Ruanda, Tanzania, Uganda, Etiopia e Zaire imposero sanzioni a Bujumbura. A metà settembre, i ribelli hutu sostennero che almeno 10 mila civili erano stati uccisi per mano dell'esercito dopo il golpe. Un numero non inferiore di persone venne assassinato l'anno dopo, anche se Amnesty International riferì che era difficile distinguere, nei massacri, tra le responsabilità del governo e quelle dei gruppi armati ribelli. Alla fine del 1997, l'osservatore speciale dell'ONU, Sergio Pinheiro, dichiarò che le sanzioni internazionali avevano ottenuto effetti devastanti, peggiorando le condizioni di vita della parte più povera della popolazione, e sollecitò una revisione dell'embargo. I negoziati di pace, guidati da Julius Nyerere - ex presidente della Tanzania - erano a un punto morto. Il 16 luglio del 1998 il Parlamento si costituì in Assemblea Nazionale di Transizione (ANT) con l'introduzione di 40 nuovi rappresentanti dei partiti politici e della società civile. Il FRODEBU aveva 65 seggi e l'UPRONA 16. Nel gennaio del 2000 l'ex presidente sudafricano Nelson Mandela fu scelto come mediatore per i negoziati di pace tra Burundi e Tanzania avviati nel 1998 ad Arusha (Tanzania) e ancora in corso. Mandela ebbe l'appoggio personale del presidente statunitense Bill Clinton. Purtroppo gli accordi raggiunti nell'ambito di questi negoziati furono violati diverse volte da entrambi i paesi e gli scontri proseguirono. Nel 2001, sempre in occasione di questi colloqui, fu fissata per il 2003 la nomina di un nuovo governo transitorio. Nel dicembre 2001 Buyoya ricevette un prestito di 764 milioni di dollari da parte delle istituzioni finanziarie internazionali per la ricostruzione del paese. Nel marzo 2002 circa 45.000 rifugiati burundesi che vivevano in campi di raccolta in Tanzania (paragonati a campi di concentramento per la durezza delle condizioni di vita) concordarono con le Nazioni Unite un piano per rientrare nel loro paese. Nel gennaio 2002 la Tanzania protestò per il bombardamento di numerosi villaggi tanzaniani da parte dell'artiglieria burundese. Con una lettera ufficiale, richiese al Burundi di mantenere il conflitto entro i propri confini. In visita in Uganda, Buyoya ammise con la stampa di non aver raggiunto un cessate il fuoco. Ciò significava che gli accordi di Arusha non potevano ancora essere realizzati. Buyoya aveva chiesto il sostegno del presidente Museveni per raggiungere questo obiettivo. Il Consiglio di Sicurezza dell'ONU invocò la cessazione immediata delle ostilità, esortando i gruppi armati a scendere a trattative "in buona fede e senza rinviare". Nel marzo 2002 il Fronte di Liberazione Nazionale Hutu (Palipehutu-FNL), che non aveva mai partecipato a negoziati di pace, decise di parteciparvi con l'aiuto di alcuni mediatori. Domitien Ndayizeye, quarto presidente hutu del paese, si insediò nell'aprile del 2003 alla presidenza del governo transitorio previsto dagli accordi di Arusha del 2001. Nel luglio del 2003 i ribelli attaccarono Bujumbura. Negli scontri morirono circa 300 ribelli e 15 soldati dell'esercito. Più di 40.000 civili dovettero sfollare. In novembre, al vertice dei leader africani ad Arusha, Ndayizeye e il capo del FDD Pierre Nkurunziza firmarono un accordo di pace, respinto dal FNL. Nel giugno del 2004, 5.000 soldati dell'ONU raggiunsero in Burundi i già presenti 2.700 caschi blu di Sudafrica, Mozambico ed Etiopia. Ribelli hutu massacrarono oltre 160 rifugiati tutsi del campo Gatumba, presso il confine con il Congo. In novembre, Ndayizeye sostituì il suo vice Kadege con Frederic Ngenzebuhoro. Nel febbraio del 2005, con un referendum, il 90% dei burundesi approvò la nuova Costituzione, che stabilisce le proporzioni della rappresentanza etnica in tutte le istituzioni. Nell'ottobre 2005, i governi del Burundi, della Repubblica Democratica del Congo, del Ruanda e dell'Uganda (riuniti a Kampala) hanno deciso di adottare ulteriori misure contro i vari gruppi armati, in particolare contro le FNL. La strategia adottata è quella di cercare di catturare i dirigenti di queste milizie, senza i quali i gruppi non riuscirebbero più ad organizzarsi. Nel dicembre dello stesso anno il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite proroga il mandato della missione di pace fino al primo luglio 2006. Nella stessa risoluzione (1650/2005) si chiede al Segretario Generale di continuare le consultazioni col Governo burundese per definire le modalità di un progressivo ritiro dei contingenti ONU e quindi di un'eventuale modifica del suo mandato. Nel marzo 2006, durante una conferenza stampa tenutasi a Dar-es-Salaam, il capo delle FNL, Agathon Rwasa, ha annunciato che il suo gruppo armato è disposto a negoziare col Governo senza condizioni preliminari e ad interrompere i combattimenti. Nell'aprile il Governo impone, su tutto il territorio nazionale, il copri-fuoco, per cercare di affrontare il continuo aumentare della recrudescenza degli scontri, in particolare tra il FNL e le FDN. Inoltre ha deciso di cominciare ad utilizzare il centro di smobilitazione di Randa, come centro di detenzione provvisoria per i miliziani delle FNL catturati ed arrestati. Il presidente Nkurunziza ha inviato una lettera al Segretario Generale dell' ONU, chiedendo la presenza nel paese della missione ONUB almeno fino a gennaio 2007, affinché sostenga il Burundi nel focalizzare i propri interventi nei progetti di ricostruzione e sviluppo. Nel maggio 2006 il rapporto annuale di Amnesty International denuncia che, a quasi un anno dalle elezioni che hanno ufficializzato la fine del periodo di transizione, il conflitto tra il gruppo armato PALIPEHUTU-FNL, noto come FNL, e le forze armate governative (FDN) nelle province di Bujumbura rurale e di Bubanza è proseguito ininterrottamente, nonostante la presenza di 5.634 soldati del contingente di peacekeeping delle Nazioni Unite, impegnato nell'Operazione delle Nazioni Unite in Burundi (ONUB). Le FNL hanno continuato a rifiutarsi di negoziare con il Governo. Il 18 giugno 2006 dopo 13 anni di guerra civile, il Governo burundese ha firmato un accordo di cessate il fuoco a Dar-es-Salam (in Tanzania) con le Forze Nazionali di Liberazione, l'ultimo gruppo ribelle ancora attivo nel paese. Il documento è stato firmato dal comandante delle FNL, Agathon Rwasa, e dal Ministro degli Interni e della Sicurezza Pubblica del Burundi, Evariste Ndayishimiye, davanti al Presidente della Tanzania, Jakaya Kikwete. Quest'ultimo ha dichiarato ufficialmente che questo accordo è un passo importante per il Burundi e permette di fermare le ostilità durante il periodo di negoziazione di un vero e proprio trattato di pace.(conflittidimenticati.it)
 April 13 I QUATTRO DI BUJUMBURA [Dal numero di Aprile della rivista ‘Missionari saveriani’.]
Jean Baptiste, 24 anni: "Ho deciso di entrare fra i saveriani, quando mi sono reso conto che il missionario lascia tutto quello che ha di più caro per andare altrove ad annunziare il vangelo - mi dice - e ho visto che essi si preoccupano dei più poveri". Léonidas, 25 anni, ha scelto i saveriani, "perché i missionari si mettono al servizio della chiesa e della gente". E ora ha una sola paura: quella di non farcela con gli studi, perché ha sentito che la scuola di filosofia che dovrà frequentare in seminario è molto esigente e nessuno può permettersi di essere bocciato! Gli altri due amici che vivono nella stessa comunità di formazione dei saveriani, e che si chiamano entrambi Désiré, 21 e 23 anni, affermano di aver sentito il desiderio di essere missionari mentre erano alla ricerca della loro vocazione nella vita. Sono stati impressionati dalla parola e dalla testimonianza di padre Modesto, il saveriano trentino, animatore delle vocazioni missionarie in Burundi. Sto parlando di quattro giovani burundesi che da qualche mese sono nella nostra comunità di Bujumbura, la capitale del Burundi. Si stanno preparando a percorrere la strada della missione. Sono appena all'inizio. La strada da percorrere è ancora lunga: una diecina di anni e più. Raggiungeranno altri saveriani africani, latino americani e asiatici che ormai sono parte viva della nostra famiglia saveriana e che stanno già lavorando in paesi e culture diverse da quelle d'origine. A volte la gente ci chiede perché questi giovani sono mandati lontani dalla loro terra, quando in Africa c'è bisogno di nuovi missionari, mentre noi che veniamo dalle vecchie chiese stiamo diminuendo di numero. La risposta è facile: mons. Conforti ci ha voluti esclusivamente missionari. Questo è il nostro carisma, la caratteristica dei saveriani: dire a ogni chiesa che la salvezza non viene dalla nostra buona volontà, ma solo da Dio, che è venuto fra noi come ospite e pellegrino e ha messo la sua tenda tra noi. I nostri quattro amici - con la guida dei saveriani padre Pierino, padre Modesto e padre Giovanni - stanno cercando nel discernimento, nella preghiera e nella vita comunitaria di decifrare la consistenza di questa chiamata. È interessante ascoltare la loro esperienza e vedere come Dio chiama anche oggi, anche in una situazione come quella del Burundi, dove la guerra ha causato danni anche alla crescita e alla fioritura della chiesa. Invece i seminari, i noviziati e le case di formazione dei religiosi e delle religiose, sono pieni. Cristo continua a percorrere i sentieri di questo splendido Paese, passa fra i banchi delle scuole (elementari, medie, superiori), e invita i giovani a seguirlo per diventare "pescatori di uomini". Che il seminario diocesano sia pieno di seminaristi, può sembrare cosa scontata: in fondo, diventare preti qui, come da noi fino a una cinquantina d'anni fa, può essere un modo per avere un buon futuro e una posizione sociale assicurata. Ma quando vediamo giovani come i nostri quattro (ne abbiamo altri che stanno percorrendo il primo ciclo della formazione) chiedere di farsi missionari, con la previsione chiara e sicura di essere mandati a svolgere il proprio apostolato in altri paesi d'Africa e del mondo, non è più così scontato. Richiede una decisione di notevole impegno. Lasciare la propria famiglia e il proprio mondo costa molto! Hanno un diploma di scuola superiore e sono coscienti che dovrebbero impegnarsi qui, per far uscire il loro Paese dai disastri della guerra e del dopo-guerra. Hanno però capito che il mondo è più grande del Burundi e che la chiesa attende il loro impegno per esprimere la sua cattolicità. Accogliere la chiamata missionaria del Signore per la missione è il segno di una chiesa che sta maturando. Qui in Burundi, come altrove, in aprile si celebra la giornata delle vocazioni. In questo Paese, l'espressione "quelli che si consacrano a Dio" indica tutte le vocazioni: quella dei preti diocesani come quella dei religiosi e delle religiose. Tutti però sentono che la vocazione missionaria è diversa da tutte. Ed essa attira ancora i giovani. (Padre Gabriele Ferrari)
Ringraziamo Walter per la sua attenzione e collaborazione!
April 02
PREFERISCO LA SCUOLA AL CARCERE
Qualcuno ha detto che chi apre una scuola chiude un carcere. Questo è altresì vero per il Burundi che sta tentando di uscire di un periodo di guerra ma anche di un ritardo storico plurisecolare. Ora la stragrande maggioranza dei giovani, devono fare i conti con la vita. Dopo gli anni in cui molti si rifugiavano nei gruppi armati, sperando a una vita facile, o costretti dalla situazione, oggigiorno la pace si sta delineando. I giovani del Burundi sono in preda a una globalizzazione che li attrae, ma li trova impreparati. Per dare un esempio: uno vorrebbe usare il telefonino, ma nel frattempo si accorge di non sapere né leggere né scrivere. Non l’ha mai imparato perché non ha mai avuto l’opportunità di andare a scuola. Questa è una generazione che perderà molto dei benefici del secolo. Però il paese ha ancora la speranza: più di 50 % hanno meno di 16 anni. Se saranno preparati, avranno un futuro degno di uomini. Qualcosa si può fare. O per dirlo all’americana: “Yes we can”. E qualcuno ci prova, con i suoi mezzi. La scuola sarà l’inizio di questa nuova era. Brevemente vi faccio lo schema della struttura scolastica del Burundi.
IL SISTEMA SCOLASTICO IN BURUNDI
Il sistema scolastico in Burundi, parzialmente derivato dai belgi può essere così schematizzato.
1. LA SCUOLA PRIMARIA DURA 6 ANNI.
Durante questi 6 anni il tasso d’abbandono è discreto. Tra i problemi condizionanti in maniera pesantissima, l’insegnamento, è segnalata la mancanza d’insegnanti, le scuole affollatissime, la mancanza del materiale scolastico, le strutture scolastiche inesistente o lontane. Più la scuola è povera, più è difficile che qualcuno riesca a proseguire.
CONCORSO NAZIONALE, UNICO DOPO I 6 ANNI
Qui avviene la selezione, infatti, i posti sono circa il 10/15% del totale degli studenti delle scuole primarie, è molto difficile e sono ovviamente favoriti coloro che hanno fatto le scuole più ricche, quindi con insegnanti migliori e classi meno numerose e soprattutto senza i carichi lavorativi dei bambini più poveri che devono aiutare nei campi. Chi non ha la possibilità economica, abbandona la scuola.
2. IL COLLEGIO O IL LICEO
Per quei pochi che superano le selezioni, le possibilità sono due:
-quelli con i voti più alti: entrano al cosiddetto LICEO (tipo quello nostro) con l’obbligo di stare interni (maggior tempo per studiare, insegnanti migliori) per frequentare la 7° - 8° - 9° e 10°classe.
-quelli con voti minori: entrano al Collegio del comune, per studenti esterni e frequenta ma con meno possibilità perché è a casa, è coinvolto nei lavori dei campi.
3. ESAME DI ORIENTAMENTO CUI ENTRANO TUTTI QUELLI CHE HANNO TERMINATO IL LICEO O IL COLLEGGIO:
Lo studente esprime solo una preferenza d’indirizzo, elencando con 1 - 2 -3 le sue preferenze, perché il numero è chiuso e dipende dalla graduatoria: Scuola scientifica (3anni), scuola letteraria (3anni), scuola per maestri (2anni) scuola per infermiere (2anni). Al termine devono sostenere l’esame di stato che consente l’accesso all’Università senza possibilità di scegliere le preferenze da parte dello studente. Oggigiorno sono nate alcune piccole università private (da 200 a 1500 studenti) che assecondano l’Unica Statale (10.000 studenti all’anno).
MOLTI SONO I PUNTI DEBOLI DELLA SCUOLA IN BURUNDI
Da due anni, il Presidente ha stabilito la scuola d’obbligo per tutti i bambini. Ciò fa che le classe siano numerosissime (spesso più di 120 scolari). Gli insegnanti impreparati, demotivati o semplicemente assenti. Una scuola di 6 classe può essere gestita da 3 insegnanti o anche di meno, soprattutto nelle campagne o dove la sicurezza era sempre perturbata da combattimenti. Il loro stipendio è molto modesto (30.000F-50.000Fbi, circa 30€-40€). Infatti, non passa un semestre senza assistere a uno sciopero per la rivendicare l’aumento dello stipendio.
I programmi sono ad alto livello (ricalcati su quelli europei di un tempo) ma il materiale didattico scarso o inesistente.
Lunghe le distanze che portano alla scuola: alcuni bambini devono fare 10 km per raggiungere la scuola, e questo tutti i giorni. La situazione di molte famiglie non garantisce il cibo sufficiente per un apprendimento solido.
Ora non ci sono più discriminazioni nell’iscrizione; le autorità locali spingono le famiglie alla scolarizzazione, ma il numero degli abbandoni è enorme.
Henri

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